CORNO D'AFRICA - L'ULTIMO GIRO DI VITE DEL REGIME DEL PRESIDENTE AFEWERKI

L'Eritrea alla fame caccia dal Paese le Ong internazionali

Dal maggio scorso le sigle del volontariato erano costrette a pagare per poter operare


di Domenico Quirico - corrispondente da PARIGI

Ci sono uomini nati apposta per smentire i luoghi comuni, gli antichi pregiudizi: Mandela per esempio. Chi di fronte alla sua storia continuerebbe a credere ciecamente alla levigata saggezza del motto secondo cui il potere stravolge, avvelena e incattivisce i caratteri? Ci sono uomini che invece sembrano nati apposta per confermarli, quei pregiudizi: Issayas Afewerki, presidente, ma verrebbe voglia di dire «democratico padrone», della Eritrea è in questa schiera. Nel 1993 quando Io elessero, ghirlandato di romanze eroiche per l'indipendenza aspramente conquistata, era pronto ad entrare nel pantheon dell'Africa nuova, giovane, l'uomo del prossimo avvenire: una costituzione progressista, la corruzione bandita, il carattere della ambizione era in lui cauto e riservato, circonfuso da volontà di rinnovamento. E adesso? Intollerante, con in mano sempre il bastone della repressione, con i giornalisti indisciplinati in galera o nella clandestinità. Dopo un selvaggio conflitto con l'Etiopia, la guerra e una strumentale propaganda nazionalistica si sono come inghiottite nella sua gleba impastata di morti millenari tutti i sogni di sviluppo. L'Eritrea compra cannoni e non si occupa della siccità che può scatenare una apocalisse, caccia arrogantemente ambasciatori, uomini dell'Orni, persino le organizzazioni non governative che cercano di attenuare la miseria generale. Un paese militarizzato contro ogni propalazione democratica, cencioso, ridotto al silenzio: siamo nell'ecumene della solita Africa.
Gli ultimi a entrare nel mirino del sospettosissimo Afewerki sono sei Ong italiane: Cesvi, Gvc, Manitese, Nexus, Cosva e Coopi. Non sono certo pericolose sigle del sovversivismo internazionale, distribuivano semmai aiuti, cercavano di riassettare un paese che con il reddito di 130 dollari l'anno per abitante ha il vergognoso primato di essere uno dei più poveri del pianeta. Ebbene, hanno appena ricevuto una lettera del ministero del Lavoro e dell'Aiuto Umanitario (sintesi burocratica che esprime bene lo stato dell'economia eritrea): «Vi comunichiamo che non siete più autorizzate a operare nel paese». Con tante grazie per l'attività svolta ma sgomberate.
Nel maggio 2005 il governo ha emanato una legge che stabilisce per le Ong l'obbligo di registrazione, da rinnovare ogni anno. Per avere il diritto di aiutare gli eritrei a sopravvivere devono versare nel paese un fondo di 840 mila euro quelle nazionali, il doppio quelle internazionali. In modo da garantire, si spiega, «che possano perseguire i loro obbiettivi». Siamo sull'orlo dell'abisso del grottesco. Diciassette Ong (due italiane) hanno avuto il consenso, sei sono state espulse, dieci sono in attesa di giudizio. Come spesso accade in Eritrea tutto l'apparato repressivo è ben avvolto in motivazioni nobilissime: non si vuole diventare, si spiega, come molti paesi africani mendicanti internazionali. A settembre Afewerki ha vietato la distribuzione gratuita di cibo ai suoi sudditi affamati. Al loro posto ci saranno programmi di lavoro in cambio di cibo. Che gli oppositori preferiscono definire lavoro forzato. In due regioni comunque la distribuzione è già ripresa. Ripensamento governativo? No, due terzi dei tre milioni e mezzo di eritrei hanno bisogno di cibo per sopravvivere.
Afewerki, geloso conservatore delle sue rovine, maltratta anche l'Onu che ha spedito dopo i fragili accordi di pace con l'Etiopia una forza di interposizione che deve tracciare la linea di confine tra i due paesi, motivo della criminale e sanguinosa guerra tra poveri. Il presidente ha capito che con questa organizzazione così monumentale ma fragile l'importante è non avere ragione ma fare la voce grossa. Periodicamente impugna l'arma del divieto e della espulsione. Sa che a New York cederanno. Ha vietato i voli di aerei e elicotteri del contingente di pace che «spiavano» le sue truppe, poi ha cacciato 180 osservatori, europei canadesi e americani. Senza spiegazioni. Ha fatto arrestare dipendenti eritrei del contingente «per violazione delle leggi del paese».
In Eritrea avere atteggiamenti frondisti o discutere è un esercizio pericoloso come ai tempi di Baratieri e della colonia italiana: i membri del governo che nel 2001 avevano osato chiedere riforme democratiche sono stati brutalmente cacciati e perseguitati. Ai giornalisti considerati superlativamente pericolosi è andata anche peggio: tra i 125 in galera nei vari paesi del mondo, ben 15 sono eritrei, al terzo posto dopo Cina e Cuba. Il più famoso tra loro, Dawit Isaac, che ha anche la cittadinanza svedese è in prigione da quattro anni: è un «traditore e spione per conto dell'Etiopia», rischia la morte.



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