L’arcipelago eritreo - 209 isole coralline, molte delle quali senza nome e solo quattro abitate - è un paradiso primordiale. Dopo la guerra di liberazione contro l’Etiopia, il governo sta pensando a un turismo sostenibile che assicuri il pieno rispetto degli abitanti e dello straordinario patrimonio naturalistico, "minimalista" in superficie e "barocco" nei fondali ancora da scoprire, tra relitti e leggende, in compagnia degli squali.

Dahlak, deserto blu

Penisola di Buri, mattina presto. Anzi,prestissimo, perché mi sono svegliata all'alba (dormivo all'aperto) per assistere allo spettacolo delle mandrie di dromedari e vacche che, con la bassa marea, guadano il mare da un'isola all'altra, alla ricerca di pascoli. In fila indiana, gli animali procedono lentamente e, nella foschia lattiginosa, sembrano quasi sospesi nel vuoto. Qua e là, i fenicotteri si muovono altrettanto silenziosi nell'acqua poco profonda e piatta come uno specchio. Di solito, non ho una particolare inclinazione per le immagini poetiche. Sarà il torpore post-oniri-co, il silenzio irreale o quell'autocompiacimento che accompagna la sensazione di "arrivare per primi" in qualche buco di mondo, fatto sta che il paesaggio me le ha ispirate. A un certo punto, un gruppo di ragazzini si è materializzato alle mie spalle, correndo a rotta di collo e gridando «Bakshish, bakshish!»: ognuno di loro ha in ma-no un sacchetto pieno di cipree. Ecco rotto l'incanto. Se chiedono il bakshish, altro che essere "arrivati primi"... Chi ha dimestichezza di viaggi sa che bakshish è una "parola universale" dal Marocco all'Egitto, dallo Yemen fino all'India, che significa "regalo", ovvero una piccola somma di denaro chiesta ai turisti per farli sentire buoni. Disorientata, mi sono rivolta al mio accompagnatore, ma lui mi ha rassicurata, sorridendo: «Non devi darlo tu a loro, sono loro che vogliono fare un regalo a te». E infatti i ragazzini mi hanno allungato i loro sacchetti pieni di conchiglie e sono scappati via, veloci come il vento. Che in Eritrea il bakshish sia semplicemente un regalo (senza pretendere nulla in cambio) è già una notizia sensazionale, una prova fondamentale a favore del fatto che questo sia uno degli ultimi luoghi a potersi fregiare dell'altrimenti abusato aggettivo di "incontaminato". Del resto sono i turisti a insegnare agli indigeni le cattive abitudini e io, negli oltre 500 chilometri di costa che avevo percorso per arrivare fino alla Penisola di Buri, di turisti non ne avevo incontrato nemmeno uno. Il viaggio era iniziato un paio di giorni prima ad Assab, il porto principale dell'Eritrea, nell'estremo Sud, e la meta era la città di Massaua, da dove mi sarei imbarcata alla volta del mitico arcipelago delle Dahlak. Lungo il tragitto - del quale Buri era un'imperdibile tappa intermedia - avevo visto spiagge da incanto (deserte), un mare di un colore che non pensavo esistesse in natura e paesaggi primordiali. Uno scenario da paradiso, insomma, la cui unica pecca era il clima infernale: la temperatura era assestata sui 42 gradi, ma d'altra parte era il mese di maggio e il Sud dell'Eritrea (insieme alle confinanti Etiopia e Gibuti) ha il primato della zona più calda del pianeta. A questo si sarebbe potuto facilmente ovviare con un bel bagno in mare, una bibita fresca e una stanzetta dotata di un buon impianto di aria condizionata. Ma - a parte l'abitacolo della Toyota, benedetta - di quest'ultimo non c'era traccia. Guardando al successo delle località del Mar Rosso egiziano, il governo dell'Eritrea vorrebbe sviluppare l'industria turistica lungo la sua costa. La "materia prima" non manca: il litorale eritreo si estende per circa 1.200 chilometri, che diventano il doppio se si calcolano anche le sponde delle 354 tra isole, isolotti e scogli che appartengono allo Stato. D'altra parte, il Paese è sfiancato dalla lunghissima guerra di liberazione contro l'Etiopia e non ci sono fondi per costruire alberghi, né tanto meno per avviare le prospezioni dei fondali entro le acque territoriali, che dovrebbero racchiudere ricchi giacimenti di petrolio e gas. E dunque si stanno cercando investimenti stranieri. Per ora a negoziare è arrivato qualche imprenditore italiano, ma è tornato a casa con le pive nel sacco. Gli eritrei hanno le idee chiare riguardo all’ecosostenibilità delle strutture turistiche, sia sotto il profilo naturalistico sia sotto quello della tutela delle comunità indigene, e non hanno nessuna intenzione di stendere tappeti rossi davanti a chi ha voglia soltanto di speculare. Ci vuole rispetto e amore per questi posti bellissimi, tant'è che a oggi Tunica persona alla quale è stato concesso di costruire è un simpatico e vulcanico signore di madre eritrea e padre italiano che vive a Milano da molti anni. È quasi pronto il suo villaggio turistico a Dissei, l'isola delle Dahlak più vicina alla terraferma, fatto di bungalow realizzati con pietre a secco secondo l'arte antica dei capomastri che ha fatto arrivare qui dalle Eolie. Mentre già si intuisce il rigore filologico dell'architettura moresca del complesso a cinque stelle dell'Hotel Dahlak che sta costruendo a Massaua, dando lavoro a 3.000 operai della zona. Il suo sogno, mi racconta mentre sorseggiamo una birra seduti in riva al mare, è quello di vedere la città trasformata in una Dubai del Mar Rosso, ma meno pacchiana di quella degli emiri.

La strada, però, è ancora lunga e Massaua -che fu un importante porto sotto gli ottomani, ma oggi conta appena 35.000 abitanti - è di una bellezza struggente con quei suoi antichi edifici feriti dai bombardamenti etiopici che miracolosamente stanno ancora in piedi e, forse ancor più miracolosamente, sono tuttora abitati. La gente di qui è maestra nel costruire i sambuchi, tipiche imbarcazioni di legno assemblate senza usare neppure un chiodo, ed è con questi che i marinai eritrei e i pochi stranieri si avventurano alla volta delle Dahlak.
Resisto alla tentazione di mentire e ammetto di non aver raggiunto l'arcipelago a bordo di un tradizionale sambuco, bensì con un piccolo e grigio incrociatore da guerra della Marina. Il mio iniziale disappunto per il mezzo di trasporto aveva però presto lasciato il posto alla meraviglia per questo gruppo di 209 isole coralline che emergono appena da un mare incredibile (unica eccezione per Dissei, che ha "montagne" vulcaniche alte 30 metri) e appaiono come tavole rossicce spazzate dal vento. Molte di esse non hanno neppure un nome e soltanto quattro - Dahlak Kebir, Norah, Dohul e Dissei - sono abitate da circa 2.500 persone. Tutte di tempra forte. A Dahlak Kebir - che, con una lunghezza di circa 50 chilometri, è la più grande - non c'è una palma a confortare l'immaginario collettivo dell'"isola tropicale": la vegetazione si limita a qualche acacia rachitica e non ci sono fonti d'acqua dolce, mentre la fauna conta rapaci, uccelli pelagici ed eleganti gazzelle. Eppure, sparsi qua e là e quasi invisibili tra le rocce, ci sono nove minuscoli villaggi, una piccola caserma dell'esercito eritreo con una decina di giovani militari annoiati e ammalati di nostalgia per la terraferma, un posto radiotelefonico e qualche bungalow di un'improbabile struttura turistica (chi viene qui preferisce campeggiare nelle calette di sabbia bianca, cambiando isola ogni giorno). Dahlak Kebir è abitata da quasi duemila anni: i sultani omayyadi ne fecero un luogo di confino e ci fu persino un tempo in cui nell'arcipelago venne fondato uno Stato indipendente. A testimoniare la presenza umana ci sono numerose cisterne per la preziosa acqua piovana scavate nella pietra corallina - pare se ne contino tante quante i giorni dell'anno - e antichi cimiteri, con le pietre tombali incise in elaborati caratteri cufici.
È un mondo oltre il mondo, affascinante quanto remoto, e se quella del turismo non può ancora considerarsi una risorsa - non si può fare affari vendendo conchiglie, per quanto splendide, ai pochi fanatici della subacquea - per la gente di qui una fonte di guadagno arriva dai cinesi, che rastrellano l'intero ricavato della pesca al largo delle isole, anche se, secondo le stime del governo, le acque territoriali dell'Eritrea sono sfruttate soltanto per il dieci per cento del loro straordinario potenziale ittico. Gli squali - numerosissimi - sono richiesti per la loro famosa (e a quanto pare prelibata) zuppa di pinne di pescecane, mentre particolari specie di molluschi e oloturie - note comunemente come cetrioli di mare - sono tra gli ingredienti delle "pozioni" della medicina tradizionale cinese. Il più florido commerciante di prodotti ittici per il mercato orientale ha persino un ufficio sul porto peschereccio di Dahlak Kebir, anche se "ufficio" è una parola grossa, dato che si tratta di una scrivania ingombra di carte sotto una tettoia, con le pareti fatte di reti da pesca...

Al "minimalismo" delle Dahlak sopra il livello del mare fa da contrappunto il "barocco" ambiente sottomarino, non a torto considerato uno dei più integri e popolosi del pianeta. A onor del vero, i fondali sono piuttosto bassi - da circa sei metri a non più di 40, nei canali tra un'isola e l'altra - e la visibilità, spesso, non è eccezionale a causa della quantità di microplancton in sospensione. Ma, allo stesso tempo, la varietà di pesci e coralli ha pochi eguali, e non è necessario scendere con le bombole per avvistare banchi di delfini, squali di diverse specie e le razze maculate. Altra meraviglia delle Dahlak, poi, sono i relitti (67, anche se per ora non tutti accessibili), alcuni dei quali visibili anche in superficie. Tra quelli più famosi meritano una citazione la Nazario Sauro, costruita dalla compagnia ligure Ansaldo nel 1921, e l’Urania, varata a Trieste nel 1916. Entrambe effettuavano servizio merci e passeggeri tra l'Italia e le colonie d'Africa ed entrambe vennero affondate durante la seconda guerra mondiale.
Infine, nelle calde acque delle Dahlak vive un animale ormai scomparso in altre parti del mondo: si tratta del dugongo che, a causa della sua forma e delle sue felliniane ghiandole mammarie, è protagonista di molte delle suggestive leggende dei pescatori di qui, i quali sono pronti a giurare di essere stati più volte sedotti dalle sirene. Addirittura, per avvalorare questo convincimento, l'anziano e segaligno capitano di un sambuco ha rovistato nella cambusa e ne ha tirato fuori una fotografia, vecchia di quasi un secolo: ritraeva due pescatori con il capo avvolto da un turbante che tenevano tra le braccia un dugongo, abbigliato con un corpetto e con una collana attorno al collo. Il viso... beh, non posso dire che fosse quello di una top model. Ma che ci volete fare, i sogni romantici delle mitiche ammaliatrici del mare svaniranno solo quando alle Dahlak cominceranno ad arrivare le turiste in bikini. Allora tutto cambierà e la gente di qui imparerà anche il nuovo significato della parola bakshish...



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