All'alba del 1° marzo 1896 sedicimila italiani, scarsamente addestrati e armati di fucili antiquati, si addentrarono fra le impervie e solenni montagne che portano ad Adua, in Abissinia. Andavano all'attacco di centomila etiopi, comandati dal negus Menelik e dalla terribile regina Taitù. Pur essendo trascorso più di un secolo da quello storico evento, la battaglia di Adua resta un "suicidio" militare ancora ammantato di misteri. Domenico Quirico narra per la prima volta lo scontro in presa diretta, seguendo le fasi e i ritmi convulsi dei combattimenti con gli occhi di coloro che ne furono vittime e protagonisti. La sua ricostruzione non vuole essere solo la cronaca veritiera e appassionante di una memorabile débâcle, ma anche l'analisi dei presupposti storici, politici, culturali che la resero possibile.

Anticipiamo un brano dal capitolo finale del volume:

Ci sono epoche in cui le élite si danno il cambio, talora con movimenti impercettibili, talaltra brutalmente. Adua scandì questo passaggio: la vecchia classe di potere, carica delle medaglie del Risorgimento, fu spazzata via dalla politica, dall'esercito, perfino dalla cultura. Non si inciampa in una disfatta per puro accidente. Una battaglia, poche ore di cannonate, avevano svelato l'inadeguatezza di uomini che avevano fatto l'Italia disfacendo se stessi.(...) Diventammo vittime di un tedio cupo, di profondi sgomenti, cioè di quella malattia che ha camminato con i tempi e da nevrosi di pochi artisti e politici si è trasformata nella nevrosi di tutta una società, facendosi, verrebbe da dire, democratica. Crispi, che aveva superato tutte le bufere, finì malinconicamente pensionato e maledetto nella sua villa di Napoli. Restò sul trono il re, l'uomo del quadrato di Villafranca, ma quattro anni dopo un anarchico, Bresci, lo uccise. Voleva vendicare i morti di quei moti popolari di cui Adua fu il mantice che attizzò le braci. Vittorio Emanuele III era il figlio di un altro tempo, a vedere i risultati, ahimè, forse non migliore. Ora comandavano i Giolitti, i pragmatici, che non avevano lavorato con Cavour o marciato con Garibaldi, ma praticavano l'arte del compromesso. La sinistra di Cavallotti che difendeva i poveri con foga tribunizia e sfidando a duello gli avversari (ci rimise anche la pelle, e proprio per accuse legate a Adua), lasciava il posto ai socialisti che parlavano a nome del proletariato, parola nuova che metteva paura. L'esercito dei piemontesi, con il loro dialetto, i bottoni lucenti, le belle bandiere e le dottrine stagionate dai secoli, si trasformò nelle masse in anonimo grigioverde che si preparavano ai tragici fasti della guerra industriale. La sconfitta di Adua fu decisiva perché soffocò sul nascere la possibilità che l'Italia diventasse, seppure in ritardo, una potenza come quelle che allora dominavano la politica mondiale. Espansioni in Europa ci erano precluse dall'ordine geometrico stabilito da Bismarck. Restava lo sfogo del colonialismo, che fu ucciso con i soldati di Baratieri sulle montagne del Tigre. Se il governatore fosse stato capace di battere le immense armate di Menelik (poteva farlo, il negus fu il primo a stupirsi di aver vinto e definì un miracolo l'averla scampata), l'impero etiopico si sarebbe con ogni probabilità disintegrato. Le province settentrionali che già erano nelle nostre mani (prima del 1896 Adua l'avevamo conquistata e abbandonata tre volte) avrebbero triplicato la minuscola colonia Eritrea. Con quarant'anni di anticipo si sarebbe aperta la strada verso Addis Abeba e la conquista di un impero che invece dovette attendere Mussolini, quando ormai era un'impresa anacronistica e il fascismo aveva definitivamente avvelenato la storia d'Italia. L'Etiopia non ci avrebbe resi ricchi, o meno poveri di quanto eravamo, perché non custodiva immense ricchezze. Ci avrebbe però messo al riparo dalla frustrazione, dall'insicurezza e dal rimorso, malattie letali nella storia dei popoli. Non è vero che colonie e democrazie non possano convivere, che, come dicevano i leninisti di un tempo, il veleno dell'imperialismo corrompe la madrepatria. Lo dimostrano le vicende di Inghilterra, Francia e Olanda. Le colonie sarebbero state il naturale terreno di sfogo per la gioventù delle generazioni successive, di quanti per ragioni anagrafiche non avevano vissuto il Risorgimento e aspiravano pericolosamente a un'epopea a tutti i costi. Coloro che poi alimenteranno le piazze del «maggio radioso» e quelle ancor più terribili della marcia su Roma, sarebbero diventati funzionali coloniali o avrebbero sgorgato i loro umori in modeste imprese esotiche. Adua portò nell'umore, nella psicologia politica una serie di veleni che ebbero effetti incredibilmente nefasti: la vergogna di aver fallito la prova, il sordo rancore per gli altri, per i grandi, che avevano deriso o favorito la nostra sconfitta, il desiderio di revanche, l'attesa di un «uomo della provvidenza» a cui affidarsi, a cui si era disposti a conceder tutto purché ci assicurasse, questa volta sul serio, una vittoria. Il nostro nazionalismo sbocciò tanto più incarognito, rancoroso, retorico e aggressivo quanto più si sentiva debole e insicuro. La sconfitta in Africa rilanciò l'irredentismo, la rabbia per il Risorgimento non ancora compiuto, per le province schiave dello straniero, che si tradusse nel maggio 1915 nel primo golpe di piazza della nostra storia, prova generale per altre marce di pochi anni dopo. Per la prima volta una parte dell'opinione pubblica, platealmente, non si riconobbe più in chi la governava e le revocò il diritto di rappresentarla. Si gridò in piazza «viva Menelik», quasi si preferisse il nemico che aveva massacrato i soldati italiani ai governanti di Roma. Venne meno il principio costitutivo della rivoluzione nazionale, vero o inventato che fosse: il plebiscitario consenso all'unità. Nacquero due Italie che si squadravano in cagnesco. L'una voleva buttar giù dal trono l'altra, saccheggiarne i beni e il potere, l'altra, terrorizzata, schierava i cannoni come se dovesse far fronte a un invasore. E' una frattura che non si è più sanata, neppure oggi. Adua, parola mai pronunciata, covata sotto la pelle, divenne il rimorso della nostra storia, una cancrena che silenziosamente corrodeva e imputridiva. Mussolini, che da giovane si incatenava ai binari per impedire alle nuove reclute di partire per l'Africa, astutamente capì con il suo istrionismo dilettantesco che chi vendicava quella ferita avrebbe avuto in mano un grande credito. Nel farlo però, altra tragica conseguenza legata a questa città davvero fatale, fece saltare l'equilibrio fondato sul contenimento della Germania da parte dei vincitori che aveva garantito, stentatamente, la pace nell'Europa del primo dopoguerra. I soldati del maresciallo De Bono che nel 1935 piantarono il tricolore sul ghebì imperiale di Adua non lo sospettavano, ma avevano posto le premesse per una nuova terribile tragedia europea e mondiale. Nessuna battaglia ci assomiglia così tanto nei pregi e nei difetti. Il grande difetto nel nostro piano strategico fu (e restò purtroppo anche dopo quel giorno) il garibaldinismo, l'idea che l'organizzazione, i mezzi, le retrovie, la prosa della guerra insomma, sono un sovrappiù, che l'importante è l'impeto, il coraggio, la baionetta. I nostri generali non hanno mai abbandonato il comodo convincimento che l'estro e l'improvvisazione equivalgono alla preparazione metodica e paziente e al dovere di informarsi sul terreno dove si combatterà, sulle armi e le abitudini del nemico. L'intelligen-ce di Menelik, un primitivo sovrano medievale, funzionava meglio della nostra, affidata a riveriti ufficiali di stato maggiore. Il negus aveva nel suo quartier generale un reparto addetto alla sobillazione, noi invece credevamo a tutte le leggende che circolavano nei vicoli di Massaua. Nella ricerca dei colpevoli si aprì la strada a un fenomeno destinato ad avere in ambito politico un duraturo successo: il vizio nazionale del capro espiatorio, dello scaricabarile nel quale si assommano, anche se sembra contrario a ogni logica, la teorica volontà forcaiola e la pratica incapacità di punire. Il processo a Baratieri, il quale mercanteggiò in cambio della rinuncia a mettere in piazza le responsabilità, pari alle sue, della classe politica è la prova generale di altre sciagurate vicende dell'Italia monarchica e repubblicana.

Clicca qui per tornare alla pagina delle notizie